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Centro Studi Atypical

AUTORE: Dottor Gianmarco Augenti, psicologo, psicoterapeuta cognitivo comportamentale

La diagnosi va condivisa con la persona neurodivergente?

In psicoterapia l’approccio cognitivo-comportamentale prevede la restituzione al paziente della diagnosi e la spiegazione di come una certa condizione si sia venuta a creare all’interno della vita della persona. Questa fase è vista come parte integrante del trattamento; per dirlo in modo molto riduttivo, viene spiegato come quello che sta succedendo nella persona è anche frutto della propria storia personale, di predisposizioni e condizioni biologiche/ genetiche, di come si sia creato un costrutto di pensieri e credenze che filtrano la realtà in modo tale che i propri vissuti portino a certe reazioni emotive e a certi comportamenti; tutto ciò va a determinare il disagio e la sofferenza che si può tradurre in una definizione diagnostica come la depressione, un disturbo d’ansia o altro.

Se una persona non comprende questi meccanismi e non concorda con il terapeuta tale visione, mancherebbero i presupposti per un intervento. Perciò per un intervento terapeutico cognitivo comportamentale è necessario un consenso informato e un accordo.

Condividere la diagnosi è una parte essenziale in qualsiasi patologia.

Ma che succede se parliamo di neurodivergenza secondo la comunità scientifica? Non riconoscere la propria diversità potrebbe portare a sentirsi sbagliati, rotti, negativamente diversi; potrebbe portare al conformismo e al camuffamento, meccanismi che possono provocare più danni che benefici nella persona neuro divergente. Allora la diagnosi va fatta assolutamente e in qualsiasi momento? No. Bisogna stare attenti al chi, al come e al quando.

I bambini molto piccoli potrebbero non avere la capacità di dare un valore positivo alla propria diversità e quindi potrebbero esserne spaventati.

Solitamente i bambini iniziano a percepire la propria diversità verso i 6-8 anni nel momento in cui il confronto sociale diventa più intenso e si sviluppano le capacità per analizzare meglio gli altri, quanto basta per poter anche soffrire del confronto. Questa sofferenza in qualche modo può e deve essere contenuta.

Durante l’adolescenza si sviluppa una fortissima tendenza al conformismo e nei gruppi dei pari la diversità viene spesso isolata. Un adolescente potrebbe non accettare la diagnosi oppure accettarla dopo la fine dell’adolescenza; quindi in questo periodo forse si potrebbe parlare più che altro di tratti e di caratteristiche personali.

Per gli adulti la reazione può essere diversa in base alla persona però il più delle volte assume il carattere di una svolta di una liberazione che solleva da profondi dubbi trascinati per anni.

La diagnosi può avere svariati esiti. Potrebbe esserci un iniziale non accettazione. Questo fa parte del percorso della persona quindi potrebbe volerci più tempo. Alcuni potrebbero utilizzare la diagnosi per giustificare i propri comportamenti e le proprie difficoltà con gli altri ma non volerle gestire. Un altro timore è quello dello stigma sociale, che il bambino possa essere etichettato e poi trattato diversamente. Questo è un rischio reale se il bambino ha a che fare con contesti o persone non accettanti e quindi diventa un risvolto terapeutico insegnare al ragazzo come scegliere a chi fare questa condivisione.

Per Carol Gray e Tony Attwood, che hanno dedicato il loro lavoro alla neurodivergenza, alcuni aspetti possono rendere il momento della diagnosi più positivo, e innescare meccanismi costruttivi. Il primo è quello di normalizzare come le qualità e i difetti sono condivisi da tutti, dai soggetti tipici e quelli neurodivergenti.

Nel loro libro “Gli devo dire che è Asperger? “ è stato creato un piccolo protocollo per condividere la diagnosi con l’aiuto dei familiari.

La comunità neuro divergente ha creato un vero e proprio elenco di caratteristiche neuro divergenti che diventano un orgoglio per loro stessi e che mettono in luce positiva molti dei loro tratti. Questo fa sì che una persona si senta parte di una comunità, che possa anche decidere di entrare in contatto con questa, con persone con le quali condividere le caratteristiche, molte delle quali sono valutate positivamente. Inoltre entrare in contatto con le proprie difficoltà è un punto di partenza, come anticipato, per maturare la motivazione a voler intervenire su queste con una scelta libera.

Quindi si, la diagnosi può avere molti aspetti positivi ma va fatta nel modo giusto e al momento giusto.

Bibliografia

Gli devo dire che Asperger ? strategie e consigli per spiegare la diagnosi di spettro autistico

alla persona, alla famiglia e alla scuola. Di Tony Attwood e Carol Gray, Armando, Roma, 2014

Link esterni e informazioni utili

Associazione spazio Asperger Onlus

Www.spazioasperger.it

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